UN CAFFE' E QUALCHE LETTERA D'AMORE


Davvero curioso, quando devi andare a lavorare pagheresti oro per altri cinque minuti nel letto, ma senza costrizioni di mezzo capita di alzarsi presto con grande naturalezza. Magari questo succede soltanto a me che dormo poco, chi lo sa. Ad ogni modo, mentre aspettavo che il brontolio del caffè nella moka richiamasse la mia attenzione, per qualche strana ragione mi è venuta voglia di ascoltare un album di Elvis...

Sono sempre stato un collezionista atipico, è storia nota, non mi è mai piaciuto dare la caccia a un disco. Preferisco che questo mi passi davanti, prima o poi e Love Letters From Elvis arrivò nella seconda metà degli anni '80, quando la discografia base del mio artista preferito era pressoché completa. Dalle mie parti si trasformò istantaneamente in un grande successo, soprattutto perché conteneva alcune canzoni che non avevo mai ascoltato prima. Tuttavia, dopo averlo fatto girare ripetutamente sul piatto realizzai che non si trattava del miglior album di Elvis pubblicato negli anni '70. Come avrebbe potuto esserlo? Dopotutto, era stato assemblato con la terza scelta delle sessions che si erano tenute a Nashville nel giugno del 1970. Per quanto non fosse sprovvisto di buoni momenti musicali, il meglio di quella settimana passata a macinare pezzi era già finito su Elvis, That's The Way It Is ed Elvis Country. Proprio di quest'ultimo, Love Letters From Elvis mi parve il fratello minore e meno blasonato. Il sentiero battuto restava sostanzialmente quello che riconduceva alla country music, ma le composizioni erano meno brillanti rispetto a quelle rintracciabili nell'illustre predecessore. Insomma, per rendere l'idea senza girarci troppo intorno, non trovai nulla al livello di Funny How Time Slips Away, I Really Don't Want To Know, Little Cabin On The Hill o Tomorrow Never Comes.

Love Letters From Elvis non venne fuori brutto, occorre sottolinearlo a scanso di equivoci. Il disco offre una selezione di brani ai quali noi appassionati - io non sfuggo certo alla regola - siamo molto affezionati. Personalmente apprezzo il rifacimento di Love Letters, brano già inciso quattro anni prima. La versione targata sixties - vera e propria gemma rintracciabile nel catalogo dell'artista - resta insuperata, ma risulta evidente che avendo deciso di tornarci sopra, Elvis non intendesse utilizzarla come modello di partenza. L'indiavolato Blues di Got My Mojo Working, non esattamente una lettera d'amore indirizzata alla persona amata, spezza la routine ricordando all'ascoltatore quanto fosse potente e versatile l'intestatario del long playing. Cattura la mia attenzione anche If I Were You: il suo incedere è privo di sussulti, quasi monotono ma andrei avanti ad ascoltarla per mezz'ora di fila. Eppure, la canzone che riesce ad emozionarmi di più è quella che a conti fatti risulta essere la più debole dal punto di vista compositivo, quella che Elvis avrebbe potuto benissimo evitare di incidere e nessuno ci avrebbe fatto caso... Heart Of Rome sarà anche dotata di un testo elementare, a dir poco superficiale, ma parla della mia città ed è meraviglioso immaginare Elvis che cammina per le vie di Roma, che esprime un desiderio davanti a una fontana. Cose semplici, fattibili per tutti e in special modo per una persona straordinaria che invece si precluse tante cose nella vita.

Ma non voglio chiudere questa breve riflessione in modo amaro, visto che il caffè mi piace zuccherato. Tornando quindi all'album in questione, è evidente che non possiamo assimilarlo a un capolavoro, c'è però da dire che quando sono scritte con il cuore, le lettere d'amore sono sempre belle, indipendentemente dalle parole che contengono. Con Elvis non si corre mai il rischio di leggere frasi banali o fasulle.

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